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Non hai rimedi per una mente malata, non sai strappare alla memoria un dolore, raschiare i triboli incisi nel cervello, e con un dolce antidoto d’oblio nettare il petto dal grumo pericoloso che grava sul cuore?

Macbeth, Atto 5 Scena 3

Antidoto deve le sue origini al termine “Pharmakos” che, in greco antico, racchiudeva al suo interno le facce di una stessa medaglia, rappresentando due concetti opposti che permettevano di reggere l’equilibrio di un’intera comunità. Tutto questo assume una valenza estremamente interessante se se ne spiega il perché. Il Pharmakos era il nome dato ad un rituale in uso all’interno delle antiche società che prevedeva di scegliere l’uomo, oppure la donna, più brutti e deformi all’interno del gruppo di appartenenza. Il malcapitato, denominato “farmaco”, veniva trasformato in capro espiatorio per essere infine allontanato a sassate dalle città allo scopo di dissolvere tutte le colpe. Il farmaco rappresentava così, allo stesso tempo, sia i mali di un intero popolo che lo strumento utile alla loro espiazione.

Il “Pharmakos”, nel tempo, ha poi assunto la forma verbale di “Pharmakeus”, caratterizzando un concetto a noi oggi più familiare che corrisponde a “droga”, “pozione magica”, “strumento di guarigione”. In una parola: antidoto.

Quando un veleno entra in circolo, non c’è altro da fare che iniettarsi un antidoto nelle vene. A giudicare da quanto viene riportato dai media e leggendo i commenti che si riversano quotidianamente sui siti d’informazione e sui social media, sembra che i veleni siano ormai diventati parte della vita di tutti noi e che ci colpiscano da ogni lato. Paura, violenza, estetismi dettati da chissà quali guru della vanità contemporanei, ripetitività, noia, indifferenza, esaltazione degli aspetti materiali a discapito dell’anima e molto altro, stanno avvelenando l’essere umano entrando nelle sue intimità.

E allora come è possibile difendersi da questo attacco dannoso? Quali gli antidoti a nostra disposizione?