The Winstons (IT)

Sabato 7 ottobre
Ore 23.00 – Sala Grande

I The Winstons sono un power trio – basso, batteria e tastiere – devoto alla psichedelia all’anarchia. La famiglia Winstons è composta da Enro Winstons (Enrico Gabrielli; CALIBRO 35 – PJ Harvey), Linnon Winstons (Lino Gitto) e Rob Winstons (Roberto Dell’Era; Afterhours). E pensare che prima si incontravano solo per andare a comprare le sigarette.


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Donovan Kingjay & The Green Harmony Band (UK/IT)

Sabato 7 ottobre
Ore 21.30 – Sala Grande

Nato a Londra, il cantante Donovan Kingjay trascorre i suoi primi anni ad Hannover JA, prima di ritornare nel Regno Unito per terminare gli studi e iniziare la sua formazione musicale.
Ispirato e influenzato da cantanti reggae come Dennis Brown, Bushman e Luciano, Kingjay (allora conosciuto come Singjay) fatto il suo apprendistato con Youth Sound Lord Creation prima di divenire abituale su King Original (East London), King Josiah (North London) e apparire su Unity Sound e UK Youth Promotion.

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ABOUT EASTERN LANDSCAPES – Intervista ad Alessandro Facchini

Inizialmente la proposta era quella di avere una chiusura di serata Brutaz. Ora, che cos’è Brutaz? Brutaz – co-fondata da me e Piotr Kurek, un paio di anni fa ed organizzata nel club Eufemia di Varsavia – è nato come una serata dove far ballare la gente con dj e live acts di musica noise, sperimentale etc. A poco a poco, con l’aggregarsi nel gruppo di gente come Jacek Plewicki, Filip Lech e Jacek Staniszewski, l’evento è diventato via via sempre più importante (alla sorpresa di tutti è stato nominato come migliore evento musicale polacco dell’anno dalla rivista Aktivist! nel 2013) ed orientato sul rave e la techno, con serate fino all’alba del giorno dopo, ma sempre con lo spirito indipendente, festaiolo, gioioso e sperimentale degli inizi. Una delle ultime esibizione live del grande Zbigniew Karkowski avvenne proprio ad un Brutaz nel 2013. Sempre nel 2013, uno dei Brutaz avvenne in un locale esterno, e semi-sotterraneo del Centro d’arte contemporanea di Varsavia. Serata magnifica- da un punto di vista musicale, ma faceva un freddo cane ed era assai umido. Io e Jacek Staniszewski restammo fino alla chiusura all’alba, per poi pulire il luogo e smantellare casse etc. eravamo così stanchi e così infreddoliti che una volta caricato il furgone, con le ultime persone di una decina d’anni più giovani che se ne andavano a casa, ci siamo guardati e ci siamo detti “cavolo, bello nhé, ma forse siamo troppo vecchi per questo genere di cose”.    

Non potendoci essere Brutaz nel suo splendore, al Gwenstival ci sarà il suo fantasma, con Wiktor Wilczarek aka Souvenir de Tanger, e Jacek Staniszewski aka Facial Index. Io e Michal Libera, con l’aiuto di Wiktor, proporremo l’ennesima variante di una “performance” sonora – o qualche cosa di simile- basata su una lettura fraudolenta delle “città invisibili” di Calvino

Giusto una breve presentazioni degli artisti che si esibiranno al Gwenstiavl:

Jacek Staniszewski è una figura storica delle scena elettronica e sperimentale di Varsavia. I suoi set live – come quello che presenterà al Gwen – sono spesso molto corti (una ventina di minuti), ma estremamente intensi; non se ne esce indenni. Mi piace il fatto che non sia un artista da compromessi.

 Wiktor rappresenta la nuova generazione di artisti sonori che sta emergendo a Varsavia – spero anche grazie all’influenza positiva di Brutaz, in cui debuttò con il suo progetto Souvenir de Tanger. La prima volta che incontrai Wiktor fu ad un Brutaz, in cui venne ad istallare un sistema per proiettare immagini – ancora oggi non so bene come funzionasse. Da quella volta, se ho un problema tecnico – come successomi nella preparazione al Gwen – chiamo Wiktor, il mio eroe.

Michal invece è un produttore, curatore e scrittore di e sul suono. Beh, per vedere quanto siano interessanti le cose che fa, basta dare uno sguardo alla descrizione nel sito del Gwen. Ho incontrato Michal per caso, quando a suo tempo stavo cercando di aprire un luogo indipendente a Varsavia dedicato al suono e scoprii che anche lui era interessato allo stesso. Non siamo riusciti nel nostro intento, per tutta una serie di ragioni, ma da lì abbiamo incominciato a passare serate con epiche partite di ping pong, e nelle pause a discutere con una birra o un bicchiere di vino.

Io mi diverto giusto a registrare suoni, farne dei pezzi e fare dj e set live con degli amici come Jacek, Wiktor e Michal.

Perché un ticinese è andato a vivere in Polonia? È una storia lunga. Visto il tipo di problematiche e di approccio nelle ricerche nel mio dottorato, era normale che venissi nel gruppo in cui sono attualmente all’Università di Varsavia. Ci sono andato nell’inverno del 2010 con un Fondo Nazionale. Poi, per tutta una serie di ragioni, da settembre 2011 ho vissuto e lavorato un anno ad Amsterdam. Sono quindi riuscito a tornare a Varsavia grazie ad una borsa per un progetto in logica che dirigo. Adoro Varsavia: la città, le persone, i luoghi, le storie. Ma la Polonia tutta è andrebbe scoperta, non solo leggendo i suoi scrittori e poeti o scoprendo i suoi artisti, ma vivendola.

Gwendalì! – “Il Collettivo Lì!”

Il collettivo “Lì!” è un gruppo di ragazzi tra i venti e i venticinque anni che organizza attività culturali in cui compaiono concerti e al contempo esposizioni.

Il collettivo lì nasce nella primavera del 2014 dalla fusione di due collettivi: la Drunken Sailors e la Moss It Up. I primi prevenivano dal mondo della musica, dove già da tre anni si organizzavano concerti di band internazionali, principalmente della scena underground, ma non solo. La Drunken Sailors si formò poco dopo un’esperienza con il Gwenstival di quell’anno. La Moss It Up, invece, nasce nel 2011, da un’idea di due compagni di CSIA, che cercavano un modo per continuare a lavorare nel campo artistico anche dopo la scuola. I primi passi furono dei piccoli lavoretti interni conditi da un po’ di ricerca. Poi una collaborazione con Arte Urbana Lugano ha permesso loro di avere una certa visibilità, entrare nell’ambiente e conoscere gente. Il primo grande lavoro è stato l’AM, l’Arte della Memoria: un’esposizione collettiva alle ville Ambrosetti di Gentilino, dove hanno avuto l’opportunità di piazzare un’istallazione in una stanza e collaborare con grandi esponenti della Street Art italiana.

Nel dicembre 2013 i due collettivi vengono a contatto in occasione della presentazione di Bouquet Magazine, un magazine d’ illustrazione e disegno contemporaneo e autoprodotto che vanta la partecipazione di numerosi artisti e illustratori internazionali, tra cui Sophie Gaucher, Alessandro Ripane e Laura Breiling. Nell’evento presenziarono cinque band che diedero vita ad altrettante performance musicale. Da lì la Moss It Up inizia a curare tutto quello che è la parte visiva, comunicativa ed espositiva per la Drunken Sailors, che a quel punto diventa collettivo Lì!. La seconda collaborazione importante con Lì! è stata Animal Coaster, un’esposizione di file .gif e concerti (http://animalcoaster-gif.tumblr.com/).

“Il nome Lì!,” ci racconta Noa, il rappresentante di quello che era il collettivo Drunken Sailors “è saltato fuori in una maniera casuale mentre chattavo con Giacomo. Stavamo appunto pensando a come potesse chiamarsi questa cosa che nasceva con lo scopo di mischiare arte e divertimento, spazio espositivo e concerti, in modo da spingere i giovani ad interessarsi all’arte e alla cultura. Avevamo un appuntamento in un posto che sapevamo entrambi, così gli ho scritto che ci saremmo incontrati “Lì!”. La parola “Lì!” ha avuto subito un impatto grafico e rappresentava anche l’idea che avevamo in testa: non vuol dire niente ma vuol dire tutto. Poi erano belli i giochi di parole che si creavano: Ci vediamo lì! o Bella lì!”.

A maggio di quest’anno la prima data internazionale creata dal collettivo Lì!: il concerto dei White Mistery di Chicago, sotto l’etichetta Burger Record. Dopo il grande successo della serata, il collettivo Lì! ha a organizzare date internazionali con gruppi francesi, canadesi, statunitensi e così via.

Ad ora conta una decina di membri tra cui grafici, incisori, scultori, gente che si occupa di editoria, che si ritrovano tutti i giorni con l’obiettivo di creare un qualcosa di originale, quanto più vicino ai bisogni della gente, che possa dar loro un buon motivo per uscire di casa e naturalmente stare insieme.

“Se crei l’interesse nelle persone e nel gruppo,” dice Noa, “puoi sfruttare meglio le opportunità che si vengono a creare, i tanti collegamenti, perché si legano tanti aspetti e si fa squadra. Vogliamo farci sentire. Poi magari uno prenderà la sua strada, anche se l’idea è quella di trasformare questo sogno nel nostro lavoro, ma non come organizzatore di eventi o nel singolo, con questo gruppo, questa gente, con il collettivo”.

Quello del collettivo Lì! è un progetto completamente indipendente, che non si avvale degli sponsor, ma è totalmente autofinanziato e che cerca di rientrare nei budget, per ora riuscendoci sempre. L’obiettivo di questi ragazzi ora è quello di trovare uno spazio autonomo e indipendente dove poter proporre della cultura libera per tutti e creare una rete tra le attività indipendenti con lo stesso interessa, come Radio Gwendalyn e il Gwenstival.

Proprio in occasione di questo grande appuntamento il collettivo Lì! e in particolare Giacomo, il rappresentante del collettivo Moss It Up, ha creato una performance davvero interessante. “Visto che il tema è mappe,” dice Giacomo “ci è venuta l’idea di fare un’esposizione dislocata sul territorio con tre installazioni, una per ogni trasmettitore radio (Chiasso, Lugano, Locarno) e identificare un “confine” alla mappatura che si crea fisicamente grazie alle persone che muovendosi all’interno del territorio scelgono il punto dove lasciare una traccia del proprio passaggio (nel gergo TIMP, acronimo di This Is My Point, un semplice foglio con su il logo dell’iniziativa e sotto lo spazio necessario in cui  segnalare le proprie coordinate geografiche, ndr). Affiggendo il simbolo, non resta una cosa sterile come una mappatura scientifica, ma lì, in quel punto preciso, in quella coordinata, c’è stata veramente una persona e capisci quanto una cosa come questa si sposti e sia viva”.

Per tutti questi ragazzi, il Gwenstival è un po’ il papà delle cose che si sviluppano in Ticino perché, a detta loro, raggruppa quasi tutti i creativi del territorio, spaziando tra le forme d’arte.

Il prossimo appuntamento con i ragazzi del Collettivo lì! è sabato 25 ottobre, data in cui si terrà il concerto dei Sapin e dei Volage, due gruppi francesi della Howlin Banana Records, che sonano un garage punk degli anni 70 rivisita e si avvicinano molto al genere scelto dal collettivo Lì!.

Potete seguirli anche su Facebook:

Nicola Bandini

GWENDALI’ – Serata del 6/10/2014

Pubblico in ecstasy. Teste che si muovono a tempo come zombie. Indici tesi verso una doppia chitarra. Poltrone che volano in preda alla folla.

Prima facciamo un passo indietro.

Ci troviamo a Taverne in via Brusighell, al Magazzino del Suono per vivere un lunedì diverso dal solito.

La serata inizia più o meno verso le 18:30. In uno spazio adibito a salotto radiofonico noi di Radio Gwen e i ragazzi del Collettivo “Lì!” abbiamo l’opportunità d’intervistare tre grandissimi One man Band: Urban Junior, John Schooley e The Blues Against Youth.

Chi sono i One Man band? Nel caso qualcuno non si sia mai imbattuto in questo genere di artisti, i One Man Band sono dei musicisti con buona capacità atletica, eccellente coordinazione e massima voglia di spaccare il mondo. Fedeli al motto “meglio soli che male accompagnati”, i One Man Band suonano più strumenti contemporaneamente utilizzando tutto il corpo. La formazione tipo (fa un po’ ridere parlare di formazione quando ad esibirsi è uno solo) prevede voce, chitarra e grancassa; di lì in poi si tratta solo di aggiungere ogni tipo di strumento (tastiera elettronica, armonica a bocca, maracas ecc.) in base al proprio gusto e al genere di musica che si vuole suonare.

Durante l’intervista chiediamo agli artisti di parlare un po’ della loro esperienza come One Man Band, del perché suonare da soli, quali caratteristiche deve avere un One Man Band e così via.

Urban Junior (ricordatevi di questo nome, ndr) è un tipo estroso che pare uscito da un film di Tim Burton. Viene da Zurigo e a prima vista può sembrare spocchioso, ma è solo un’impressione. Lui semplicemente sa qualcosa che noi ancora dobbiamo capire. Ci dice che per diventare un One Man Band servono i controcoglioni e tanto tanto allenamento, devi avere qualcosa da dire e farlo con tutta l’energia del mondo perché lì sul palco sei da solo.

Per descrivere John Schooley invece serve un po’ più di fantasia. Prendete Micheal Bublè (solo il lato estetico), ingrassatelo un pochino, mettetegli il ciuffo alla Elvis e vestitelo come un harleysta, ma non uno di quelli estremi, uno di quelli un po’ più pacati, e buttatelo in Texas. Durante l’intervista prende molto meno spazio rispetto a Urban Junior, sembra quasi timido, si lascia andare giusto quando gli chiediamo che rapporto abbia con i fan e lui risponde: “ottimo, li conosco tutti e 10!”

The Blues Against Youth è il nome d’arte di Gianni, un ragazzo di Roma trapiantato a Torino, molto tranquillo e vestito di jeans che scherza più che volentieri e lancia qualche battuta anche a noi. Scava un po’ più nel profondo quando essendo d’accordo quasi completamente con i due precedenti, aggiunge che per fare il One Man Band hai bisogno di avere a fianco persone che ti stimano, credono in quello che fai e ti appoggino pienamente, come la famiglia.

Sono le sette e mancano ancora due orette all’inizio del concerto. Arriva la birra, qualche pizza, intanto i ragazzi del collettivo “Lì!” finiscono di allestire la sala e imbandiscono il bar. Il palco è adibito a ring per inscenare un combattimento tra One Man Band. La sala si riempie in fretta e di lì a poco diventa molto difficile muoversi, fortuna per noi che abbiamo postazione fissa.

Con qualche minuto di ritardo si parte. Il primo ad esibirsi è The Blues Against Youth. Sale armato di Diavoletto rossa-vino, fischietto, charleston e kazoo. Sulla grancassa è sistemato un cranio del deserto in gommapiuma. Il nome non tradisce, suona un blues con un tocco molto educato, una chitarra pulita, niente sporcature e una distorsione studiata a pennello. Si esibisce in una decina scarsa di pezzi e dal primo all’ultimo tutta la platea non può far altro che muoversi a ritmo.

Il secondo a salire sul palco è John Schooley. Il tempo di sedersi, chitarra in mano, e fa vedere subito di che pasta è fatto. Risolve in fretta i piccoli problemi tecnici inevitabili quando si suona live e poi… “Let’s start” e delizia il pubblico con un assolino giusto per aperitivo. Quella di Schooley è un’esibizione in crescendo. Rispetto a The Blues Against Youth è più corposa la quantità di strumenti utilizzati. La chicca è la chitarra doppio manico, suonata al contempo con grancassa, fisarmonica a bocca e maracas sbattuta sui charleston. Che dire!

Qualcuno accusa un po’ di stanchezza, altri un appagante inebriamento, magari c’è chi sta pensando che in fin dei conti è solo lunedì, la mattina dista poche ore, poi c’è la sveglia, il lavoro, la scuola, il Gwenstival. Sì, qualcuno ha imbracciato borsetta o giubbotto, mentre nel frattempo Urban Junior, con in testa l’ottavo cappello della serata, sta sistemando l’occorrente per la sua esibizione. Compare un megafono, una tastiera elettrica, un altro doppio pedale, una pedalina strana (un comunissimo distorsore?) e una bacchetta. Una bacchetta? E con quale mano la usa. Durante l’intervista gli avevamo anche chiesto – essendo lui Urban Junior – chi fosse Urban Senior. “Io tra qualche anno”. Spinge la pedalina e suona un motivetto con la tastiera e da lì il motivetto parte in loop. Si arma di chitarra e suona una base che si aggiunge al loop. Il piede si sposta sulla grancassa, la bacchetta sulla mano destra inizia a roteare alta sulla sua testa, chi è sulla porta si ferma un attimo. Magari un pezzo lo sentiamo, avrà pensato qualcuno. Di lì a poco è un escalation di suoni, strumenti e movimento. Urban Junior suona come se non ci fosse un domani, come se l’epoca di Urban Senior non dovesse arrivare mai. La folla salta e non può proprio fermarsi. A un certo punto si apre e nel mezzo si forma uno spazio riempito in breve dai pogatori e dalle vittime delle spallate. Ogni pezzo è un mix di suoni elettronici, distorsioni e pura energia. Le borsette che fino a poco prima era infilate alle braccia ora sventolavano in aria, così come i cappotti. Qualcuno porta a spalla una poltrona su cui un ragazzo ha pensato bene di strappare un sonnellino. La poltrona passa di mano in mano, il tipo che fino a poco prima stava dormendo si sveglia e inizia a ballare da lassù. Non c’è niente da fare, la folla è un fiume in piena. Una decina di pezzi, tutti non più lunghi di due minuti, anche per Urban Junior e poi gli applausi. Uno scroscio di applausi per tutti gli artisti che in una serata sola ci hanno fatto vivere tre tipi diversi di musica, vissuti in tre modi diversi e suonati con strumenti diversi, ma con una grande e fondamentale cosa in comune: sembravano otto, ma suonavano da soli.

Thayt’s monday!

Nicola Bandini