The Winstons (IT)

Sabato 7 ottobre
Ore 23.00 – Sala Grande

I The Winstons sono un power trio – basso, batteria e tastiere – devoto alla psichedelia all’anarchia. La famiglia Winstons è composta da Enro Winstons (Enrico Gabrielli; CALIBRO 35 – PJ Harvey), Linnon Winstons (Lino Gitto) e Rob Winstons (Roberto Dell’Era; Afterhours). E pensare che prima si incontravano solo per andare a comprare le sigarette.


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Donovan Kingjay & The Green Harmony Band (UK/IT)

Sabato 7 ottobre
Ore 21.30 – Sala Grande

Nato a Londra, il cantante Donovan Kingjay trascorre i suoi primi anni ad Hannover JA, prima di ritornare nel Regno Unito per terminare gli studi e iniziare la sua formazione musicale.
Ispirato e influenzato da cantanti reggae come Dennis Brown, Bushman e Luciano, Kingjay (allora conosciuto come Singjay) fatto il suo apprendistato con Youth Sound Lord Creation prima di divenire abituale su King Original (East London), King Josiah (North London) e apparire su Unity Sound e UK Youth Promotion.

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Jonas Trio: Oxymore (CH/Ge)

Venerdì 6 ottobre
Ore 22.00 – Sala Piccola

Parte con Rox del gruppo hip hop DUO negli anni ’90, con il quale ha avuto un discreto successo, Jonas lancia nel 2015 un nuovo progetto, Oxymore, con un orientamento più blues-jazz la cui formazione è composta da Mathieu Karcher alla chitarra, Cedric Schaere al piano, Christophe Chambet al basso et Maxence Sibille alla batteria.

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Gwenstival VII – antidoti

Non hai rimedi per una mente malata, non sai strappare alla memoria un dolore, raschiare i triboli incisi nel cervello, e con un dolce antidoto d’oblio nettare il petto dal grumo pericoloso che grava sul cuore?

Macbeth, Atto 5 Scena 3

 

Antidoto deve le sue origini al termine “Pharmakos” che, in greco antico, racchiudeva al suo interno le facce di una stessa medaglia, rappresentando due concetti opposti che permettevano di reggere l’equilibrio di un’intera comunità. Tutto questo assume una valenza estremamente interessante se se ne spiega il perché. Il Pharmakos era il nome dato ad un rituale in uso all’interno delle antiche società che prevedeva di scegliere l’uomo, oppure la donna, più brutti e deformi all’interno del gruppo di appartenenza. Il malcapitato, denominato “farmaco”, veniva trasformato in capro espiatorio per essere infine allontanato a sassate dalle città allo scopo di dissolvere tutte le colpe. Il farmaco rappresentava così, allo stesso tempo, sia i mali di un intero popolo che lo strumento utile alla loro espiazione.

Il “Pharmakos”, nel tempo, ha poi assunto la forma verbale di “Pharmakeus”, caratterizzando un concetto a noi oggi più familiare che corrisponde a “droga”, “pozione magica”, “strumento di guarigione”. In una parola: antidoto.

 

Quando un veleno entra in circolo, non c’è altro da fare che iniettarsi un antidoto nelle vene. A giudicare da quanto viene riportato dai media e leggendo i commenti che si riversano quotidianamente sui siti d’informazione e sui social media, sembra che i veleni siano ormai diventati parte della vita di tutti noi e che ci colpiscano da ogni lato. Paura, violenza, estetismi dettati da chissà quali guru della vanità contemporanei, ripetitività, noia, indifferenza, esaltazione degli aspetti materiali a discapito dell’anima e molto altro, stanno avvelenando l’essere umano entrando nelle sue intimità.

E allora come è possibile difendersi da questo attacco dannoso? Quali gli antidoti a nostra disposizione?

GwenLabs: workshop sulla costruzione di strumenti musicali

GwenLabs, dopo il successo di Open FM Lab, propone un nuovo laboratorio musicale!

Costruisci il tuo strumento musicale!
La VI edizione del Gwenstival in collaborazione con Fablab SUPSI Lugano e Radio Gwendalyn propone una giornata di fai da te musicale, un workshop per progettare e realizzare uno strumento musicale con qualsiasi materiali e di qualsiasi forma, combinando materiali che conducono elettricità e schede elettroniche di facile utilizzo.
Il workshop è aperto a 10 persone che vogliono giocare e sperimentare con materiali, elettronica e musica.

Cosa si fa al workshop?

  • si impara ad usare delle tecnologie hardware di facile utilizzo
  • si lavora in gruppo
  • si inventa un progetto di strumento musicale
  • si registrano suoni
  • si costruiscono aggeggi sonori strani
  • si suona e si presenta il progetto al pubblico e in diretta radio!

Il workshop è adatto ad un pubblico giovane e adulto o bambini accompagnati da adulti. Non bisogna avere conoscenza di programmazione, ma basta portare un portatile e un po’ di ingegno.

Costo 25 CHF
Numero massimo di partecipanti: 10 persone
Quando: sabato 10 ottobre 2015
Durata: dalle 10:00 alle 17:00
Dove: Radio Gwendalyn (Spazio Lampo), Via Livio 16, 6830 Chiasso.
Registrazioni entro il: 27 settembre 2015

per iscriversi mandare una mail a: redazione@radiogwen.ch

N.B. Durante il workshop saranno utilizzati Ototo Board e Touchboard di Bare conductive e altri materiali conduttivi il cui costo non è incluso nella tassa di registrazione.

Organizzato dalla fantastica Serena Cangiano.

Canton Casino!

Questo articolo non è per tutti.

Invitiamo quindi ad astenersi donne incinte, malati di cuore, chi ha mangiato troppo, benpensanti, massoni, animalisti, macellai, adolescenti in crisi di peso e albergatori pacifisti.

Ora possiamo iniziare:

Sabato sera, ventuno e zero zero. “Second stop is Ebikon”

La leggenda vuole che si ritrovino a provare in quel di Ebikon, e che, per arrivarci, prendano un qualche mezzo pubblico dal quale scendono alla seconda fermata. Vabbé, queste cose le leggete anche su internet. Quello che però non trovate sono i commenti delle persone ai live. E noi ve ne proponiamo alcuni. “C’è del jazz qui dentro” o “È un Jazz contaminato” è quello che dice il pubblico. E quando chiediamo contaminato da cosa la risposta esimia e prontissima è: “Da un po’ di tutto!”. I Second Stop is Ebikon hanno un gran sound. Il gruppo, infatti, esplora, oltre il free jazz, anche rock, hip hop e rievoca un ritmo a tratti primitivo. Funziona. Ci piace.

Il secondo gruppo sono gli Zeus! Per spiegare il sound di questo folle duo made in Italy dobbiamo distribuire un po’ di cultura: in principio fu il Caos, all’improvviso apparve Gea che da sola generò Urano con il quale si unì. Dal matrimonio nacquero i dodici titani (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono, Tea, Rea, Temi, Teti, Febe e Mnemosine) e tre Ecatonchiri (Briareo, Gia e Cotto). Urano, schifato dall’orripilante prole, decide di mangiarseli tutti, ma Crono, alleato alla madre Gea, evirò il padre che scappò il più lontano possibile dalla terra. Iniziò il regno di Crono, che sposò la sorella Rea, dalla quale ebbe Zeus, oltre agli altri, ma chissene frega degli altri, noi stiamo parlando di Zeus (e degli Zeus!). Crono temendo che i figli gli portassero via il potere iniziò a mangiarseli. Zeus riuscì a scappare grazie alla madre, ma quando fu sufficientemente grande tornò al cospetto del padre per sfidarlo. Con l’aiuto  dei Ciclopi, degli Ecatonchiri e qualche amichetto qua e là, Zeus sconfisse il padre e iniziò così il suo regno. Il pubblico ha detto che gli Zeus! fanno troppo casino. C’è da dire una cosa: è vero che le casse sembravano prenderci a pugni, vero anche che il doppio pedale e le distorsioni varie non c’invogliavano a stare a due metri dal palco, ma dannazione! Questi erano in due e sembravano in cento. Mai sentito un duo con un sound più pieno e distruttivo del loro. Il batterista è stato l’assoluto vincitore del premio miglior batterista del Gwenstival. A un certo punto deve essergli spuntato fuori un terzo braccio perché era impossibile suonare tutto quello che stava suonando, a quella velocità, non sgarrando mai. Tanta roba, per Zeus!

A tre quarti d’ora dall’inizio del concerto si presentano anche i Fai Baba. Per descrivere la loro musica dobbiamo mettere in un grande tritacarne Muse, Nirvana e The Killers. È un Blues d’avanguardia, un psico-folk che invita a un viaggio spirituale, e recupera appieno lo spirito dei Niton e delle Zayk. Il pubblico apprezza il cantante e i suoi assoli di qualità: “È davvero molto bravo. Poi mi piace che spari frasi in italiano del tipo: “Ciao Ragazzi”, “Buonasera” e “Quanto costa?”.”

È il turno dei Pow!, gruppo giovane di San Francisco (sì, è la serata dei punti esclamativi). Il gruppo è molto in gamba. Il quartetto esprime tensione con tamburi rabbiosi e una chitarra ribelle. Alla batteria c’è “Il sosia giovane di Obama” che se la cava alla grande, alla tastiera una ragazza coi capelli azzurri, davvero in gamba, che riceve la maggior parte dei più lusinghieri commenti e, non ce ne voglia il front-man, ma il più figo di tutti è l’effettista! Grande spettacolo.

Ed eccoci arrivati alla parte sperimentale.

Coco Bryce stravolge la serata band, salendo sul palco e proponendo un DJ set live. Musica oltraggiosa e ambiziosa. Difficile inserirlo in un genere: Skweee, con  rave e hip-hop. È un lavoro eclettico e, a tratti divertente. Il pubblico pare soddisfatto. Dopo una nostra domanda due ragazzi iniziano a baciarsi. Non sappiamo se per la musica, per la domanda o per l’atmosfera, ma non si può negare che Coco Bryce funzioni!

Brutaz, invece, è un progetto musicale made in Poland, nato per far ballare la gente con dj e live acts di musica noise, sperimentale e molte altre. Ha dato vita a una “performance” sonora basata su una lettura fraudolenta delle “Città invisibili”, orientata sul rave e la techno. La performance divide il pubblico, c’è chi non capisce fino in fondo l’effimera bellezza e chi invece ne rimane estasiato. Idea originale, probabilmente lo stesso Calvino avrebbe gradito. O forse no, ma si sa, era un arrogante.

Conclude la serata Facial Index. Musicalmente è difficile da collocare. Un accorparsi di suoni quotidiani passano attraverso un mixer per poi uscirne a tratti come frastuono a tratti come suono. Gli amanti del genere avranno sicuramente apprezzato uno dei concerti più estremi del Gwenstival. La performance di Facial Index può essere un ottimo spunto sui confini musicali, su dove finisce la musica e dove inizia il rumore, visto che tutto fa parte del mondo del suono. Il commento più interessante del pubblico è stato: “Mi pare una descrizione sonora dei nostri tempi. Difficile, ma poi non così sconosciuta.”

 

La serata è conclusa. Urla di giubilo, applausi fragorosi, cumuli di bicchieri vuoti, sbronzi che abbracciano e necessità di un controllo all’udito.

E come ogni buon concerto da favola, finisce con noi che rientriamo in albergo per sempre felici  e contenti!

 

NB & MC

LA VOCE DI GWEN – IN DIRETTA DALLA LIBRERIA “IL LIBRAIO”

Sabato mattina è andata in onda l’ultima puntata de “La voce di Gwen” in diretta dalla libreria Il Libraio di Mendrisio. Insieme al conduttore Fabiano Alborghetti, sono intervenuti Marco Balzano, Giona Mattei e Massimo Gezzi.

I temi scelti per quest’ultima live sono Realtà e Finzione.

La prima domanda è sulla realtà e su come si possa definire. È Massimo Gezzi, professore di lettere a Berna e scrittore di Il mare a destra e L’attimo dopo, a farsi avanti, sostenendo che la poesia non debba in alcun modo sublimare la realtà, bensì porvisi davanti nella maniera più “onesta” possibile. Sia Il santo vero per Manzoni che L’arido vero per Leopardi si arrovellano sul tema di cosa è vero, cosa è reale. Questo principio di autenticità, espresso nel ventesimo secolo anche da Saba – che invoca la poesia onesta, appunto – e da Auden – che vede l’autenticità come obiettivo a cui ogni poeta deve tendere – è riconoscibile e, se vogliamo, misurabile in una maniera semplicissima, ovvero: il dolore. Se un’opera, una volta scritta, si diffonde, arriva al lettore, alle antologie, fino a diventare un caposaldo della letteratura (sì, perché anche un caposaldo della letteratura può non essere “autentico” o “onesto”) e l’artista che l’ha creata prova una sensazione di vergogna, di non appartenenza e di dolore, quasi come se creare quella cosa fosse un dispiacere, ecco siamo di fronte alla disonestà e alla non autenticità. Magari è un’opera che ci è scappata di mano, che in qualche modo è uscita, e magari sul momento poteva sembrarci giusta e autentica, ma poi il tempo chiarifica e la ricolloca.

A questo proposito, a me redattore del suddetto articolo vengono in mente due aneddoti belli e se vogliamo contrapposti. Il primo riguarda il mondo della musica: proprio poche sere fa parlavo con il cantante di un gruppo underground della scena ticinese che avevo personalmente conosciuto grazie a Youtube. Così, tanto per parlare, ho tirato fuori il discorso “ho visto un vostro video su internet”. Il cantante, che è anche l’autore dei testi, ha iniziato a scuotere la testa e mi ha detto che odia quel testo, che non gli appartiene e non rappresenta quel gruppo. Ha sostenuto che la sua intenzione artistica non contempla la religione e invece in quel testo c’era una forte impronta cattolica e pensare che quello fosse il loro biglietto da visita gli dispiaceva molto, perché a suo dire disorientava il pubblico su quali effettivamente fossero i temi che volevano affrontare.

Ma l’esempio più eclatante di tutti è Gabriel Garcia Marquez che, anche dopo aver vinto il Nobel con Cent’anni di solitudine, ha continuato a sostenere che il suo più grande capolavoro fosse Nessuno scrive al colonnello. Peccato che i critici, ma soprattutto il pubblico, non fossero dello stesso avviso.

Allora forse sarebbe bene espandere il discorso alla percezione che il pubblico ha di un’opera, ma di percezione non se n’è parlato.

Il dolore, quindi, è il primo argomento a mettere d’accordo il moderatore e gli opinionisti. Marco Balzano, professore di Lettera in un liceo di Milano che con Sellerio Editore ha pubblicato Pronti a tutte le partenze, aggiunge il concetto di finzione letteraria, che discerne dal concetto di falso e non autentico, anzi lo appoggia. Prima dobbiamo fare una riflessione. Il pensiero che Balzano espone, in primis consiste nel tracciare una linea separatrice tra prosa e poesia, entrambi sì due modelli d’arte eccelsi, che però si distinguono nelle modalità di approccio e di lavoro. La narrazione nasce da un urgenza effettiva che il letterato ha e con cui vuole farci i conti. Poi si procede dall’individuazione della tematica che porta alla creazione di una storia che non è altro che una finzione necessaria per raccontare il vero (ma su questo concetto ci torneremo a breve). La metodicità e la continuità richiesti dalla narrazione sono diversi da quelli richiesti dalla poesia, perché il romanzo va costruito, lavorato, pensato ed elaborato. La poesia si tratta più di un’illuminazione che collega l’autore a un qualcosa che ha un valore conoscitivo e assoluto. E qui sì che entra in causa il discorso del dolore.

Visto che già prima mi sono intromesso, non m’imbarazzo di certo ora a farlo di nuovo. Nel fuori onda mi sono permesso di chiedere a Balzano se davvero credesse che il romanzo non contemplasse questa forma di dolore e lui ha tenuto a precisare che il romanzo contempla questo dolore, però (se ho capito bene, e mi assumo tutte le responsabilità di un’interpretazione sbagliata) passandoci più tempo rispetto a una poesia diventa un dolore meno atroce con cui è più facile convivere. Credo che non sia un pensiero sbagliato, semmai incompleto. Mentre mi spiegava questa cosa, continuavo a pensare ad un esempio adatto per spiegare a me e a lui cosa è poesia, cosa è narrativa e cosa è dolore. Scusate l’esempio da italiano medio, ma trovo che il calcio possa poeticamente rappresentare la vita e quindi me ne avvalgo. Tutto nasce da un’idea, un pensiero, un’illuminazione, un sentimento, un dolore, insomma tutto nasce, prima o poi. Quello che avviene dopo, che si chiami poesia, romanzo, articolo o canzone ha, a mio avviso, una connotazione ben più arbitraria di quel che si pensi, pur avendo comunque a che fare con la indole. Per intenderci: l’idea (o chiamatela come volete) è un interruzione di gioco, un fallo. Ora, in base alla zona del campo in cui il fallo è stato commesso il regolamento prevede tipi diversi di “riprese del gioco”. Nel caso sia fuori dall’area si batte una punizione, se dentro all’area si calcia un rigore. Ora potremmo fare una digressione sul fatto che magari in una squadra l’incaricato a battere i rigori non sempre è in grado di calciare anche le punizioni e viceversa, ma questa è un’altra storia. Insomma, ci sono zone di campo dove puoi fare solo che quello. Non è che, dopo un fallo a centrocampo, chiedi all’arbitro di assegnarti un rigore solo perché sei capace di tirarlo. Così come nella macro categoria delle lettere se un’idea si appresta ad essere un romanzo, non puoi battere un rigore, se al contrario deve essere una poesia, beh, io non credo di essere capace, quindi faccio calciare un altro.

Giona Mattei ha creato e distrutto solo dopo cinque numeri la rivista Ground Zero, che attraverso diverse tematiche raccontava il Ticino contemporaneo, e l’ha fatto per un motivo molto nobile e che sottolineeremo a breve. A lui è stato chiesto cosa significhi confrontarsi con la realtà. Mattei ha risposto che l’arte costantemente si confronta con la realtà (con il vero, ndr) creando attraverso la finzione una storia possibile (veridica, ndr) e non ancora raccontata. L’arte in sostanza mostra la finzione di una realtà che potrebbe esistere. Qui la conversazione prende la strada del rischio che s’incorre, dopo un po’ che si naviga nell’arte, a fare il verso a sé stessi. Diventare di maniera, e questo è un male perché un movimento artistico, per continuare a definirsi tale, non deve esaurire gli argomenti, altrimenti diventa un brand (ecco cosa ha voluto evitare Ground Zero). Come sosteneva Pasolini ne La Guinea, quando l’arte va in crisi si rischia di fare un genere letterario, non un atto politico vero e proprio. Quando ad esempio si scrive il reale, per non rimanere sulle onde di un articolo di cronaca nudo e crude, è bene sfruttare quell’opportunità creativa che la realtà offre per dare all’arte una forza di critica vera, una potenza tutta sua. La possibilità insita in una storia vera deve dare spazio a un contenuto più generale che favorisca la ricerca nella realtà storica di una possibilità che racchiuda un valore, un punto di vista etico, un qualcosa in più. Utilizzare la storia come opportunità per raccontare altro, altrimenti è pura e semplice narrazione dell’accaduto (è sterile, ndr).

L’incontro svia bruscamente sulle nuove forme di scrittura (Whatsapp, Facebook, SMS) e su come queste diseduchino i giovani nella proprietà di linguaggio, ma al contempo stimolino a scrivere e a scrivere tanto. Il vero problema sembra essere la forte distanza che c’è tra questi linguaggi nuovi e la letteratura che viene insegnata nelle scuole, che spesso e volentieri ottiene è vista in maniera respingente, quado invece dovrebbe essere una carta in più da tenere nel mazzo, perché più linguaggi hai in tasca, più ti senti libero e in armonia con il mondo che ti circonda. Immancabile il pensiero espresso da Sartori sull’Homo Videns e sul predominio dell’immagine sulla parola. A tal proposito è emerso un pensiero comune, ovvero che il mondo non è fatto di sole immagini perché circolano anche tantissime parole. E se posso permettermi di fare un’ultima osservazione (altrimenti potete anche smettere di leggere e l’articolo finisce qui) penso che ci troviamo di fronte a un continuo cambiamento, perché l’evoluzione porta all’accorciare i tempi e le distanze e un artista che si ritiene tale deve ad ogni costo prendere al volo questa grande possibilità dove tutto invecchia in fretta e si diventa immediatamente nostalgici. E la nostalgia è una grande tematica, affrontata sempre e da sempre, in qualsiasi zona del campo.

Nicola Bandini

Live dallo Spazio Mono

Vi potrei spiegare cos’è lo Spazio Mono.

Vi potrei dire come sta collaborando con Radio Gwendalyn.

Potrei anche farvi sapere cos’è la Risonanza Rec.

Ma è meglio ve lo dica Ronnie Rodriguez, a capo di Risonanza Rec e co-gestore del Mono. L’abbiamo intervistato, e così ha risposto:

 

Che cos’è lo Spazio Mono e quando è stato fondato?

 

“Lo Spazio Mono è nato da una chiacchierata a tarda notte in mezzo alla strada, da quella discussione era saltata fuori la possibilità di subentrare nello spazio in città vecchia a Locarno dove a dicembre la libreria Kon-tiki avrebbe smesso le proprie attività.

E in poco tempo, come quasi mai accade, le cose si sono concretizzate e abbiamo così creato uno spazio condiviso dal nome Mono.

Questo spazio in breve tempo si è riempito di proposte che vanno dai acustiche alle serate proiezione, passando dalla Notte Bianca e per finire il MonoFestival, un piccolo festival acustico durante il festival del film, dove abbiamo avuto un riscontro oltre le nostre, già buone, aspettative.”

(www.monolocarno.ch)

 

Com’è nata la collaborazione con Radio Gwen?

 

“La collaborazione con Gwen è nata principalmente dal Gwenstival, poiché nelle scorse edizioni abbiamo aiutato a mettere in piedi la serata dei concerti d’apertura che si svolgevano alla Fabbrica di Losone.

Dopodiché è nata la nostra trasmissione Musica per Camionisti come contributo a Radio Gwen, una trasmissione che vede di volta in volta un ospite che porta e propone 10 brani e si parla in modo aperto di musica o quello che capita, il tutto senza filtri ne tagli.

E da ultimo per questa quinta edizione del Gwenstival abbiamo realizzato 14 pillole da 10 minuti ciascuna dove cerchiamo, attraverso delle interviste, di mappare culturalmente il locarnese.”

(www.soundcloud.com/musicapercamionisti)

 

Stai lavorando a nuovi progetti?

 

“Il progetto principale ora consiste nell’apertura (13 dicembre) del MonoBar a Locarno, un bar si ma prima di tutto un luogo dove potremo dare una “casa” stabile alle nostre attività, in special modo quelle legate ai concerti e alla musica in generale, cercando di continuare e mantenere l’impostazione e direzione delle cose fin’ora fatte.

Poi continueremo a portare avanti il progetto dello spazio condiviso Mono, quando la libreria lascerà lo spazio a dicembre vorremo riuscire ad aprirlo alle persone, anche esterne, che vogliono utilizzarlo per progetti e riempirlo così di contenuto.”

 

Tu sei a capo della Risonanza Rec, un’etichetta indipendente. Raccontaci quando è nata e che genere di musica propone.

 

“L’etichetta è nata nel 2009 e da allora proponiamo circa 20 concerti all’anno, facciamo da collante per i gruppi che vogliono esserci e che condividono le nostre idee, con qualche uscita quando si riesce, tra le quali segnalo volentieri la compilation Vol.1.

Però l’etichetta è più che altro un gruppo di persone che, quando ne vede l’opportunità, tenta di mettere in movimento le cose e raggruppa diverse attività sempre legate alla musica e più ampiamente alla cultura.”

(www.risonanzare.ch)

 

 

È stato chiaro.

Domenica dalle 18:00 alle 19:00 ci sarà una LIVE dallo Spazio Mono.

Non perdetela, mi raccomando.

 

MC

Venerdì sera psichedelico

Cinque ragazze su un palco sono sempre un buon inizio. Se, poi, sono anche dannatamente brave, è puro godimento.

Il posto, “I Magazzini FFS” di Chiasso, sono un ex centro di smistamento merci in procinto d’essere abbattuto, ora fantastico spazio allestito con palco e bar. L’atmosfera è elettrica: tenue luce blu fosforescente come anticamera alla psichedelia della serata.

Sono le nove e, come in un sogno, la musica parte.

Le Zayk. Cinque ragazze di Zurigo, belle e appassionate. La musica è lunga, spontanea. Non ha una struttura precisa, si dilata, si prende lo spazio che vuole, senza vincoli. Un ragazzo del pubblico dice: “Mi sembra d’essere in montagna.” Ha una birra in mano, la terza, ma non ha torto. Questa musica immerge in un senso di vastità. E pare desideri portarti da qualche parte. Nel viaggio stesso, forse.

Questo era l’inizio. Un grande inizio.

Subito dopo il pubblico gira le teste. Infatti i Niton non sono sul palco, ma sul pavimento, in un trapezio delimitato da due strisce di nastro adesivo fosforescente. L’approccio affascina. Il pubblico davanti subito siede a terra, come bambini che ascoltano una storia ben narrata. Il trio è già impegnato in una jam session d’avanguardia. Con strumenti e arnesi elettronici creano rumori deformi che galleggiano e tentano di agglomerarsi in una sonorità precisa, di ritrovare un legame dopo una disintegrazione sostanziale. Il risultato è un’estemporaneità che lascia imbambolato l’ascoltatore, come in mistica contemplazione della profondità del suono. Per non parlare del musicista con indosso una maschera da luchador …

Durante i Niton il silenzio era assordante. Alla fine lo erano gli applausi. Spruzzi di birra schizzano nella frenesia di mani, e senza il tempo per un bicchiere di vino, attaccano i Dans La Tente.

I brani sono brevi, suggestivi. Emanano un fascino incredibile. Lo stile pare dream-pop, ma con influenze new wave, punk e rock.

Il pubblico è stretto al palco, l’atmosfera è trasognata.  Ma nonostante questo permane l’elettricità.

L’elettricità che ha caratterizzato la serata fin’ora, il senso del “Sta per succedere qualcosa …” E accade alla fine: le urla sgorgano dalla folla, una ragazza cade ma continua ad applaudire.

La serata è solo a metà, ma l’entusiasmo è alto.

Ed ecco il quarto gruppo: His Electro Blue Voice. Senza fronzoli. Non si possono definire altrimenti. Partono con un urlato post – punk minimalista. E la folla è esaltata. Si dicono pessimisti, rabbiosi e sporchi; ma l’energia che sprigionano è tale da far tremare la birra nel bicchiere. “Musica ossessiva che stappa sensazioni accumulate sottopelle.” Così definiscono ciò che fanno. Critica fulminea: il trio spacca.

Ma nonostante sia l’una passata, e sia giunta quasi la fine, l’entusiasmo è alle stelle.

E, dato che la serata si era aperta con una band femminile, la si chiude allo stesso modo. Ma non è una band, è una solista: Phantom Love.

Rientra formalmente nella musica elettronica, ma è molto di più. Il pubblico ondeggia di fronte a lei. Arpeggi continui, tamburi tribali, campanacci, piatti, tutto immerso in un riverbero liquido. Lascia estasiati e, come con i Niton, l’attenzione è totale, quasi religiosa.

La tensione cresce, si dilata. Tutta l’energia della serata si accumula durante il suo pezzo. La carica elettrica sprigionata dalla musica ha invaso la folla, e ora la folla sta per rilasciarla. E in questa atmosfera retro-futuristica, in una mezz’ora che pare un attimo, accade.

Phantom finisce, il pubblico esplode.

Grida, applausi e fischi si mescolano ad una spinta d’euforia che muove il pubblico come fosse un’onda. Gente si abbraccia coi bicchieri in mano. Bicchieri vuoti.

Anche se la serata è conclusa, le persone restano al magazzino per smaltire gli ultimi residui di ebbrezza psichedelica. Per esaltarsi ancora al ricordo di questi cinque memorabili gruppi.

Ma la bella notizia è un’altra: anche questa sera i Magazzini FFS fanno serata.

Non c’è bisogno neanche di dirlo, quindi.

A dopo.

 

MC