Donovan Kingjay & The Green Harmony Band (UK/IT)

Sabato 7 ottobre
Ore 21.30 – Sala Grande

Nato a Londra, il cantante Donovan Kingjay trascorre i suoi primi anni ad Hannover JA, prima di ritornare nel Regno Unito per terminare gli studi e iniziare la sua formazione musicale.
Ispirato e influenzato da cantanti reggae come Dennis Brown, Bushman e Luciano, Kingjay (allora conosciuto come Singjay) fatto il suo apprendistato con Youth Sound Lord Creation prima di divenire abituale su King Original (East London), King Josiah (North London) e apparire su Unity Sound e UK Youth Promotion.

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Gwenstival VII – antidoti

Non hai rimedi per una mente malata, non sai strappare alla memoria un dolore, raschiare i triboli incisi nel cervello, e con un dolce antidoto d’oblio nettare il petto dal grumo pericoloso che grava sul cuore?

Macbeth, Atto 5 Scena 3

 

Antidoto deve le sue origini al termine “Pharmakos” che, in greco antico, racchiudeva al suo interno le facce di una stessa medaglia, rappresentando due concetti opposti che permettevano di reggere l’equilibrio di un’intera comunità. Tutto questo assume una valenza estremamente interessante se se ne spiega il perché. Il Pharmakos era il nome dato ad un rituale in uso all’interno delle antiche società che prevedeva di scegliere l’uomo, oppure la donna, più brutti e deformi all’interno del gruppo di appartenenza. Il malcapitato, denominato “farmaco”, veniva trasformato in capro espiatorio per essere infine allontanato a sassate dalle città allo scopo di dissolvere tutte le colpe. Il farmaco rappresentava così, allo stesso tempo, sia i mali di un intero popolo che lo strumento utile alla loro espiazione.

Il “Pharmakos”, nel tempo, ha poi assunto la forma verbale di “Pharmakeus”, caratterizzando un concetto a noi oggi più familiare che corrisponde a “droga”, “pozione magica”, “strumento di guarigione”. In una parola: antidoto.

 

Quando un veleno entra in circolo, non c’è altro da fare che iniettarsi un antidoto nelle vene. A giudicare da quanto viene riportato dai media e leggendo i commenti che si riversano quotidianamente sui siti d’informazione e sui social media, sembra che i veleni siano ormai diventati parte della vita di tutti noi e che ci colpiscano da ogni lato. Paura, violenza, estetismi dettati da chissà quali guru della vanità contemporanei, ripetitività, noia, indifferenza, esaltazione degli aspetti materiali a discapito dell’anima e molto altro, stanno avvelenando l’essere umano entrando nelle sue intimità.

E allora come è possibile difendersi da questo attacco dannoso? Quali gli antidoti a nostra disposizione?

Canton Casino!

Questo articolo non è per tutti.

Invitiamo quindi ad astenersi donne incinte, malati di cuore, chi ha mangiato troppo, benpensanti, massoni, animalisti, macellai, adolescenti in crisi di peso e albergatori pacifisti.

Ora possiamo iniziare:

Sabato sera, ventuno e zero zero. “Second stop is Ebikon”

La leggenda vuole che si ritrovino a provare in quel di Ebikon, e che, per arrivarci, prendano un qualche mezzo pubblico dal quale scendono alla seconda fermata. Vabbé, queste cose le leggete anche su internet. Quello che però non trovate sono i commenti delle persone ai live. E noi ve ne proponiamo alcuni. “C’è del jazz qui dentro” o “È un Jazz contaminato” è quello che dice il pubblico. E quando chiediamo contaminato da cosa la risposta esimia e prontissima è: “Da un po’ di tutto!”. I Second Stop is Ebikon hanno un gran sound. Il gruppo, infatti, esplora, oltre il free jazz, anche rock, hip hop e rievoca un ritmo a tratti primitivo. Funziona. Ci piace.

Il secondo gruppo sono gli Zeus! Per spiegare il sound di questo folle duo made in Italy dobbiamo distribuire un po’ di cultura: in principio fu il Caos, all’improvviso apparve Gea che da sola generò Urano con il quale si unì. Dal matrimonio nacquero i dodici titani (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono, Tea, Rea, Temi, Teti, Febe e Mnemosine) e tre Ecatonchiri (Briareo, Gia e Cotto). Urano, schifato dall’orripilante prole, decide di mangiarseli tutti, ma Crono, alleato alla madre Gea, evirò il padre che scappò il più lontano possibile dalla terra. Iniziò il regno di Crono, che sposò la sorella Rea, dalla quale ebbe Zeus, oltre agli altri, ma chissene frega degli altri, noi stiamo parlando di Zeus (e degli Zeus!). Crono temendo che i figli gli portassero via il potere iniziò a mangiarseli. Zeus riuscì a scappare grazie alla madre, ma quando fu sufficientemente grande tornò al cospetto del padre per sfidarlo. Con l’aiuto  dei Ciclopi, degli Ecatonchiri e qualche amichetto qua e là, Zeus sconfisse il padre e iniziò così il suo regno. Il pubblico ha detto che gli Zeus! fanno troppo casino. C’è da dire una cosa: è vero che le casse sembravano prenderci a pugni, vero anche che il doppio pedale e le distorsioni varie non c’invogliavano a stare a due metri dal palco, ma dannazione! Questi erano in due e sembravano in cento. Mai sentito un duo con un sound più pieno e distruttivo del loro. Il batterista è stato l’assoluto vincitore del premio miglior batterista del Gwenstival. A un certo punto deve essergli spuntato fuori un terzo braccio perché era impossibile suonare tutto quello che stava suonando, a quella velocità, non sgarrando mai. Tanta roba, per Zeus!

A tre quarti d’ora dall’inizio del concerto si presentano anche i Fai Baba. Per descrivere la loro musica dobbiamo mettere in un grande tritacarne Muse, Nirvana e The Killers. È un Blues d’avanguardia, un psico-folk che invita a un viaggio spirituale, e recupera appieno lo spirito dei Niton e delle Zayk. Il pubblico apprezza il cantante e i suoi assoli di qualità: “È davvero molto bravo. Poi mi piace che spari frasi in italiano del tipo: “Ciao Ragazzi”, “Buonasera” e “Quanto costa?”.”

È il turno dei Pow!, gruppo giovane di San Francisco (sì, è la serata dei punti esclamativi). Il gruppo è molto in gamba. Il quartetto esprime tensione con tamburi rabbiosi e una chitarra ribelle. Alla batteria c’è “Il sosia giovane di Obama” che se la cava alla grande, alla tastiera una ragazza coi capelli azzurri, davvero in gamba, che riceve la maggior parte dei più lusinghieri commenti e, non ce ne voglia il front-man, ma il più figo di tutti è l’effettista! Grande spettacolo.

Ed eccoci arrivati alla parte sperimentale.

Coco Bryce stravolge la serata band, salendo sul palco e proponendo un DJ set live. Musica oltraggiosa e ambiziosa. Difficile inserirlo in un genere: Skweee, con  rave e hip-hop. È un lavoro eclettico e, a tratti divertente. Il pubblico pare soddisfatto. Dopo una nostra domanda due ragazzi iniziano a baciarsi. Non sappiamo se per la musica, per la domanda o per l’atmosfera, ma non si può negare che Coco Bryce funzioni!

Brutaz, invece, è un progetto musicale made in Poland, nato per far ballare la gente con dj e live acts di musica noise, sperimentale e molte altre. Ha dato vita a una “performance” sonora basata su una lettura fraudolenta delle “Città invisibili”, orientata sul rave e la techno. La performance divide il pubblico, c’è chi non capisce fino in fondo l’effimera bellezza e chi invece ne rimane estasiato. Idea originale, probabilmente lo stesso Calvino avrebbe gradito. O forse no, ma si sa, era un arrogante.

Conclude la serata Facial Index. Musicalmente è difficile da collocare. Un accorparsi di suoni quotidiani passano attraverso un mixer per poi uscirne a tratti come frastuono a tratti come suono. Gli amanti del genere avranno sicuramente apprezzato uno dei concerti più estremi del Gwenstival. La performance di Facial Index può essere un ottimo spunto sui confini musicali, su dove finisce la musica e dove inizia il rumore, visto che tutto fa parte del mondo del suono. Il commento più interessante del pubblico è stato: “Mi pare una descrizione sonora dei nostri tempi. Difficile, ma poi non così sconosciuta.”

 

La serata è conclusa. Urla di giubilo, applausi fragorosi, cumuli di bicchieri vuoti, sbronzi che abbracciano e necessità di un controllo all’udito.

E come ogni buon concerto da favola, finisce con noi che rientriamo in albergo per sempre felici  e contenti!

 

NB & MC

Live dallo Spazio Mono

Vi potrei spiegare cos’è lo Spazio Mono.

Vi potrei dire come sta collaborando con Radio Gwendalyn.

Potrei anche farvi sapere cos’è la Risonanza Rec.

Ma è meglio ve lo dica Ronnie Rodriguez, a capo di Risonanza Rec e co-gestore del Mono. L’abbiamo intervistato, e così ha risposto:

 

Che cos’è lo Spazio Mono e quando è stato fondato?

 

“Lo Spazio Mono è nato da una chiacchierata a tarda notte in mezzo alla strada, da quella discussione era saltata fuori la possibilità di subentrare nello spazio in città vecchia a Locarno dove a dicembre la libreria Kon-tiki avrebbe smesso le proprie attività.

E in poco tempo, come quasi mai accade, le cose si sono concretizzate e abbiamo così creato uno spazio condiviso dal nome Mono.

Questo spazio in breve tempo si è riempito di proposte che vanno dai acustiche alle serate proiezione, passando dalla Notte Bianca e per finire il MonoFestival, un piccolo festival acustico durante il festival del film, dove abbiamo avuto un riscontro oltre le nostre, già buone, aspettative.”

(www.monolocarno.ch)

 

Com’è nata la collaborazione con Radio Gwen?

 

“La collaborazione con Gwen è nata principalmente dal Gwenstival, poiché nelle scorse edizioni abbiamo aiutato a mettere in piedi la serata dei concerti d’apertura che si svolgevano alla Fabbrica di Losone.

Dopodiché è nata la nostra trasmissione Musica per Camionisti come contributo a Radio Gwen, una trasmissione che vede di volta in volta un ospite che porta e propone 10 brani e si parla in modo aperto di musica o quello che capita, il tutto senza filtri ne tagli.

E da ultimo per questa quinta edizione del Gwenstival abbiamo realizzato 14 pillole da 10 minuti ciascuna dove cerchiamo, attraverso delle interviste, di mappare culturalmente il locarnese.”

(www.soundcloud.com/musicapercamionisti)

 

Stai lavorando a nuovi progetti?

 

“Il progetto principale ora consiste nell’apertura (13 dicembre) del MonoBar a Locarno, un bar si ma prima di tutto un luogo dove potremo dare una “casa” stabile alle nostre attività, in special modo quelle legate ai concerti e alla musica in generale, cercando di continuare e mantenere l’impostazione e direzione delle cose fin’ora fatte.

Poi continueremo a portare avanti il progetto dello spazio condiviso Mono, quando la libreria lascerà lo spazio a dicembre vorremo riuscire ad aprirlo alle persone, anche esterne, che vogliono utilizzarlo per progetti e riempirlo così di contenuto.”

 

Tu sei a capo della Risonanza Rec, un’etichetta indipendente. Raccontaci quando è nata e che genere di musica propone.

 

“L’etichetta è nata nel 2009 e da allora proponiamo circa 20 concerti all’anno, facciamo da collante per i gruppi che vogliono esserci e che condividono le nostre idee, con qualche uscita quando si riesce, tra le quali segnalo volentieri la compilation Vol.1.

Però l’etichetta è più che altro un gruppo di persone che, quando ne vede l’opportunità, tenta di mettere in movimento le cose e raggruppa diverse attività sempre legate alla musica e più ampiamente alla cultura.”

(www.risonanzare.ch)

 

 

È stato chiaro.

Domenica dalle 18:00 alle 19:00 ci sarà una LIVE dallo Spazio Mono.

Non perdetela, mi raccomando.

 

MC

Venerdì sera psichedelico

Cinque ragazze su un palco sono sempre un buon inizio. Se, poi, sono anche dannatamente brave, è puro godimento.

Il posto, “I Magazzini FFS” di Chiasso, sono un ex centro di smistamento merci in procinto d’essere abbattuto, ora fantastico spazio allestito con palco e bar. L’atmosfera è elettrica: tenue luce blu fosforescente come anticamera alla psichedelia della serata.

Sono le nove e, come in un sogno, la musica parte.

Le Zayk. Cinque ragazze di Zurigo, belle e appassionate. La musica è lunga, spontanea. Non ha una struttura precisa, si dilata, si prende lo spazio che vuole, senza vincoli. Un ragazzo del pubblico dice: “Mi sembra d’essere in montagna.” Ha una birra in mano, la terza, ma non ha torto. Questa musica immerge in un senso di vastità. E pare desideri portarti da qualche parte. Nel viaggio stesso, forse.

Questo era l’inizio. Un grande inizio.

Subito dopo il pubblico gira le teste. Infatti i Niton non sono sul palco, ma sul pavimento, in un trapezio delimitato da due strisce di nastro adesivo fosforescente. L’approccio affascina. Il pubblico davanti subito siede a terra, come bambini che ascoltano una storia ben narrata. Il trio è già impegnato in una jam session d’avanguardia. Con strumenti e arnesi elettronici creano rumori deformi che galleggiano e tentano di agglomerarsi in una sonorità precisa, di ritrovare un legame dopo una disintegrazione sostanziale. Il risultato è un’estemporaneità che lascia imbambolato l’ascoltatore, come in mistica contemplazione della profondità del suono. Per non parlare del musicista con indosso una maschera da luchador …

Durante i Niton il silenzio era assordante. Alla fine lo erano gli applausi. Spruzzi di birra schizzano nella frenesia di mani, e senza il tempo per un bicchiere di vino, attaccano i Dans La Tente.

I brani sono brevi, suggestivi. Emanano un fascino incredibile. Lo stile pare dream-pop, ma con influenze new wave, punk e rock.

Il pubblico è stretto al palco, l’atmosfera è trasognata.  Ma nonostante questo permane l’elettricità.

L’elettricità che ha caratterizzato la serata fin’ora, il senso del “Sta per succedere qualcosa …” E accade alla fine: le urla sgorgano dalla folla, una ragazza cade ma continua ad applaudire.

La serata è solo a metà, ma l’entusiasmo è alto.

Ed ecco il quarto gruppo: His Electro Blue Voice. Senza fronzoli. Non si possono definire altrimenti. Partono con un urlato post – punk minimalista. E la folla è esaltata. Si dicono pessimisti, rabbiosi e sporchi; ma l’energia che sprigionano è tale da far tremare la birra nel bicchiere. “Musica ossessiva che stappa sensazioni accumulate sottopelle.” Così definiscono ciò che fanno. Critica fulminea: il trio spacca.

Ma nonostante sia l’una passata, e sia giunta quasi la fine, l’entusiasmo è alle stelle.

E, dato che la serata si era aperta con una band femminile, la si chiude allo stesso modo. Ma non è una band, è una solista: Phantom Love.

Rientra formalmente nella musica elettronica, ma è molto di più. Il pubblico ondeggia di fronte a lei. Arpeggi continui, tamburi tribali, campanacci, piatti, tutto immerso in un riverbero liquido. Lascia estasiati e, come con i Niton, l’attenzione è totale, quasi religiosa.

La tensione cresce, si dilata. Tutta l’energia della serata si accumula durante il suo pezzo. La carica elettrica sprigionata dalla musica ha invaso la folla, e ora la folla sta per rilasciarla. E in questa atmosfera retro-futuristica, in una mezz’ora che pare un attimo, accade.

Phantom finisce, il pubblico esplode.

Grida, applausi e fischi si mescolano ad una spinta d’euforia che muove il pubblico come fosse un’onda. Gente si abbraccia coi bicchieri in mano. Bicchieri vuoti.

Anche se la serata è conclusa, le persone restano al magazzino per smaltire gli ultimi residui di ebbrezza psichedelica. Per esaltarsi ancora al ricordo di questi cinque memorabili gruppi.

Ma la bella notizia è un’altra: anche questa sera i Magazzini FFS fanno serata.

Non c’è bisogno neanche di dirlo, quindi.

A dopo.

 

MC

PLEASE RETURN TO YOUR SIT – Tondo Music

Sushi.

Stasera gli unici dubbi erano se avresti mangiato una tartare di tonno o di salmone, salsa di soia o wasabi, sushi o sashimi, oppure entrambi. Stasera poteva essere tranquillamente una di quelle sere che avevi voglia di sushi.

Metti allora il caso che qualcosa all’improvviso ti cambi i programmi – chessò inventa: il giapponese sotto casa è chiuso e per arrivare a quello più vicino devi attraversare la città. Insomma, qualsiasi sia la scusa che ti allontani dal sushi, difficilmente ripiegheresti su di un negozio di vinili, che chissà perché alle 21 è ancora aperto, chissà per qualche altra ragione, dei ragazzi suonano dei vinile, e guarda caso questi ragazzi lavorano per una radio, Radio Gwen, e fanno una diretta radiofonica.

Mettiamo il caso che la tua serata sia andata così.

Un po’ di realismo. Immagina un negozietto stretto, quattro mura cinque metri per cinque, che in passato possono avere accolto la bottega di un calzolaio, un negozietto di gioielli e – perché no – magari un piccolo baretto di passaggio. Ora, togli le suole, i gioielli e il caffè e buttaci dentro una cosa come 9.000 dischi. Rigorosamente vinili.

Non pensare agli scaffali, gli scaffali fanno ombra, immagina piuttosto dei mobiletti altezza bacino, con due ripiani. Disponili lungo il perimetro del locale, mettine due spalla a spalla al centro e immagina di muoverti esclusivamente in una “O” squadrata. Bene, ora mettici dentro pile e pile di vinili, inscatolate in dei raccoglitori rettangolari di plastica, rigorosamente bianchi. Di tanto in tanto immagina anche un etichetta che distingua il genere, se no come ci si orienta in tutto quel marasma.

La prima cosa che fai è passare la mano sulla plastichina che ricopre i dischi, però parti dai raccoglitori pieni. Sì, perché i raccoglitori con gli spazi non fanno attrito, si spostano con il passare della mano. Invece, con quelli pieni, senti tutta una sensazione sul palmo, sembra quasi che la plastica ti carezzi. E sposti la mano su diversi contenitori, come se la sensazione cambiasse. E quando ti accorgi che non cambia, la smetti.

Ora estrai un disco a caso. Scegline uno che sta in un raccoglitore dove l’etichetta indica un genere che neanche conosci.

“Forte quel disco!”, ti senti dire. Ti raggiunge un uomo bello grosso, che, tanto per immaginare, chiameremo Tondo, e sembra essere il padrone del locale. Tondo ti passa alle spalle ed esattamente da dove hai pescato il vinile che hai mano ne pesca una copia. “Guarda qua, trova le differenze.”

In mano hai “The Jay e Kai Trombone Octet” copertina beige, con su disegnati dei bamboccini seduti su tromboni molto più grandi di loro. Anche l’altro è uguale no? Cerchi le differenze ma non ne vedi. “Pensa che questo è della Columbia, come dire Ferrari o Coca Cola.”

Eccolo, hai scovato l’errore. In una copia in alto a destra c’è scritto Jay & Kay, nell’altro Jai e Kai. “Le Y e le I” dici mentre Tondo ti fa segno di sì con la testa. “E qual è quello sbagliato?”

“Tutti e due.” Ti fa notare che Jay ha la Y e Kai la I. “Hai capito? Prima si sono accorti dell’errore e hanno ritirato dal commercio la primissima edizione. L’hanno corretta, sicuri di aver sistemato tutto, e ne hanno messo in commercio una seconda e più corposa, sbagliata un’altra volta.” E qui ti dici, quanta ne sa Tondo. “L’errore della Columbia alza i prezzi. Questi valgono. La prima edizione più della seconda, a dire il vero.”

Wow, è il caso di dirlo. Ora ti fidi di Tondo. Neanche gli chiedi di farti vedere qualcosa perché lui ha capito cosa cerchi, tu ancora no.

Et voilà! Per le mani ti trovi un LP dei Rolling Stone. Capirai, pensi. Da un esperto come Tondo ti aspetti che tiri fuori un disco di John Td Boonlish & The North-Blues Company, prima edizione del ’57, unica copia autografata dal cantante che dopo un concerto a Brighton è morto suicida. Ok, è tutto inventato, ma dillo che ti aspetti una roba del genere. I Rolling Stone li conosce anche tua zia che a casa ha solo musicassette di Adriano Celentano e Gigliola Cinquetti.

“Questo disco,” ti spiega Tondo “vale tantissimo perché ha una particolarità.” Con il ditone indica una cerniera che sta lì in mezzo alla copertina e sopra una fibbia. “Se tu apri la fibbia della cintura e tiri giù la cerniera, trovi la fallo-banana di Andy Warhol. E tac, il disco perde valore. Se tu invece lo tieni intonso, con la sua fibbia bella intatta, il disco vale molto di più.” Hai capito? I curiosi tolgono valore alle cose.

“C’è un Lp dei Beatles, Yesterday and Today che è passato alla storia grazie alla Butcher Cover. Se con il phone gli toglievi il primo strado, trovavi la foto di loro quattro vestiti da macellai, circondati da bambolotti squartati.”

Esatto, la primissima cosa che pensi è che si tratta della teoria del Gatto di Schrödinger e che finché il gatto resta chiuso nella scatola rimane in vita, quindi vale, ma se apri la scatola e il gatto muore non te lo vuole nessuno. Tondo inizia davvero a starti simpatico e ti viene naturale di chiedergli “Ma ce ne sono altre di storie simili, dietro a vinili?”

E se ci pensi bene chiedere a Tondo che vive di quello… beh, forse quella domanda potevi anche non fargliela. In cinque minuti: salta fuori Bob Masse, un 71enne che ha passato la vita a fare volantini e manifesti a gente come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Doors, Black Flag e chiunque altro ti venga in mente; ti parla di De André e di un disco che non venderà mai, o meglio non venderà più; spuntano gli anni ottanta e la morte del disco, le bolle nella pasta, perché il vinile si apprestava ad essere soppiantato da un ventennio abbondante di compact disc; e poi spunta il Disco Demolition Night del 1979.

Beh effettivamente il sushi ha il suo perché, magari potresti anche andare a mangiare sushi. Però immagina di essere lì, con Tondo, e grazie a lui scoprire che dei ragazzi, al motto “disco sucks”, invasero una partita di baseball dei Chicago White Sox con degli LP da disco music in mano. Era l’epoca chee avrebbe cambiato il mondo della musica, il modo di fare musica e il modo di ascoltarla. era l’epoca in cui il vinile veniva depredato del suo valore storico per fare posto al futuro, dove parole come tirante, puntina e solco smettevano di essere associate ad assoli, giri di basso e batteria. Tutto per colpa della Disco Music. Immagina proprio tanti ragazzi, ognuno con in mano un Lp rubato alla sorella, alla fidanzata a un negozio di dischi. Ce ne sono talmente tanti che ti vien da dire che quelli che erano allo stadio, della partita non gliene fregava proprio nulla; erano tutti lì per il Disco Demolition Night. Immaginateli mentre ne fanno una pira e al contempo i telecronisti che, attoniti, devono comunque commentare quello che sta succedendo in campo. Senti persino il suono della dinamite. Se, infine, il racconto ti ha trasportato fin lì, voltati a destra, guarda in alto. Sul tabellone c’è una fantastica scritta gialla, semplice, composta, che vuol dir poco, ma è la contromossa più potente che si possa fare all’inizio di una rivoluzione. È una preghiera per i ribelli e una speranza per chi teme cosa succederà dopo. È a suo modo cattolica e a suo modo è entrata a far parte… No, non della Storia, ma di quella storia lì: PLEASE RETURN TO YOU SIT.

 

Nicola Bandini

I SUONI DI ARNOLD – Monica De Benedictis & Flavio Stroppini

I suoni di Anold è un radiodramma scritto e registrato in viaggio nell’estate del 2012. Un radiodramma particolare, così come la storia del suo protagonista: Arnold Hunsperger, che nel 1974 parte da Andermatt, sulle alpi elvetiche, vicino al Gottardo, a cavallo di un trattore Huerlimann D70 rosso (la Ferrari dei trattori di allora), con a rimorchio un vagone ferroviario cui aveva montato degli pneumatici. Svizzera, Italia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Albania e Grecia. Atene. Il Pireo. Da lì, con il suo Huerlimann d70 rosso imbarca su un traghetto e attraversa il mare fino a Iraklia. Dove decide di fermarsi, vivere e poi morire. Dalle montagne a un’isola. Perché partire. E perché fermarsi. Il radiodramma, 38 anni dopo, è inseguire quell’uomo che inseguiva il vento.

“L’idea” dice Monica De Benedictis, una delle creatrici “nasce passeggiando a Iraklia, una piccola isola delle Piccole Cicladi. Lì, su quel terreno bruciato dal sole e dal vento, un vagone ferroviario arrugginito con la scritta SBB SFF. Cosa diavolo ci faceva un vagone delle ferrovie federali svizzere su quell’isola dimenticata?”

I Suoni di Arnold, radiodramma selezionato dal festival Sonhor edizione 2013, in onda sulla Radio Televisione della Svizzera Italiana RSI RETE DUE, è parte di un progetto transmediale (www.ilviaggiodiarnold.ch), che comprende, oltre al radiodramma, un reportage giornalistico, un video-documentario che ha partecipato all’edizione 2012 Trieste Film Festival e uno spettacolo teatrale in tre lingue tutt’oggi in giro per la Svizzera e altrove.

“La soddisfazione più grande”, aggiunge Flavio Stroppini, l’altro ideatore del progetto “è che quest’uomo, con la sua storia, stia viaggiando ancora. In questi giorni tra Tehran, la Cina e gli USA, in occasione della settimana della lingua italiana nel mondo.”

Abbiamo chiesto loro se potevano raccontarci qualche aneddoto particolare che accompagna la creazione e la realizzazione de Il viaggio di Arnold e ci hanno promesso una cosa: Ascoltate il radiodramma e immaginate…

I suoni di Arnold è in programma Sabato alle 21:30, sempre su Radio Gwendalyn.

Nicola Bandini

STORIE SENZA CONFINE – Maurizio “orsorosso” Amendola

Storie senza confine è una raccolta di radiodrammi che parla di scrittori, poeti, suonatori, fotografi e registi intenti a girare il mondo con una domanda comune in testa: “Cosa ci faccio qui?”.

Abbiamo contattato Maurizio “Orsorosso” Amendola, lo scrittore dei radiodrammi, studente al secondo anno della scuola Holden di Torino, e gli abbiamo chiesto cosa si aspetta dal Gwenstival. “L’augurio spontaneo, dice Maurizio, “è che gli amici di Gwendalyn seguano la scia dei racconti di queste sette puntate e che la usino per regalarsi quaranta minuti di libertà, e che pensino di meritarsela, questa libertà. Fermi o in movimento, qualunque sia la strada che percorrano, o che ignorino. Quante donne spero di conquistare dopo il festival? Ci sono presagi sinistri nel cielo.”

Personaggio davvero ironico e simpatico Maurizio che, quando gli abbiamo chiesto di farsi una domanda, sapete cosa si è chiesto: “Cosa ci faccio qui?”

Potrete ascoltare Storie senza confine da lunedì a venerdì, dalle 17:00 alle 17:40.

NB

CONFESSIONI DI UN MALANDRINO – Matteo Morello

Confessioni di un malandrino è un programma di musica prog in onda Venerdì 10 ottobre dalle 22:00 alle 23:00.

A proposito del genere,che non tutti conoscono, abbiamo chiesto all’ideatore, nonché conduttore, del programma, Matteo Morello, di darci qualche informazione in pìù: “Si tratta di progressive rock, immaginifico genere a cavallo tra musica colta e popolare. Il genere è anche un ‘non genere’, in quanto gli appassionati di prog amano il vintage sound come le commistioni death metal/jazz per esempio. Musica che va oltre la ‘forma canzone’ classica, di solito.”

City SoundTrack

La città è un tracciato di suoni e movimenti. Quindi perché non crearne una colonna sonora? Questo devono essersi detti Flavio Stroppini e Andrea Manzoni, ideatori di questo esperimento. Hanno voluto disegnare un ipotetico pentagramma della città e creare quindi un concerto live tra pianoforte e suoni reali.

Per saperne di più ho chiesto ad Andrea di spiegarci la genesi dell’idea. Così ha risposto:

 

  • Da dove è nata l’idea di creare una colonna sonora della città?

L’idea di City SoundTrack nasce dalle esperienze di Flavio e mie relative ai nostri viaggi continui, ai nostri lavori, uno di scrittore e l’altro di musicista.

Entrambi raccontiamo qualcosa che va oltre le nostre vite e si intreccia con i territori che incorriamo nei nostri cammini. Da qui l’idea di soffermarci a raccontare i territori. I movimenti continui della gente presuppongono l’identificazione di tracciati e le quotidianità vengono definite da linee all’interno della città.

L’idea è quella di creare un archivio sonoro delle città più importanti a livello internazionali. Un archivio on-line, uno spettacolo, registrazioni, racconti, immagini.

 

  • In quali luoghi avete registrato i suoni?

Per ora il luogo in cui abbiamo iniziato a registrare è Chiasso, dove verrà presentata la prima assoluta di questo grande progetto. E le registrazioni sono state fatte nei luoghi più disparati. La ferrovia, la strada, in mezzo alla gente, nei bar, nelle vie. Tutto mescolato e mixato assieme alla musica scritta apposta per Chiasso e racconti sul territorio.

 

  • Perché ambientare il live all’Ex fabbrica Saceba?

Perché un’ex fabbrica dismessa, anche se di recente, ci sembrava il luogo adatto dove poter raccontare una storia. Non sempre bisogna pensare ad un monumento o a qualcosa di storicamente importante. A volte la contemporaneità permette di “ridare” materiale alle persone in un modo inaspettato.

Poi la sonorità della sala dove suoneremo è molto interessante.

 

 

Il concerto si terrà a Balerna, all’Ex Fabbrica Saceba.

Restano solo gli ultimi biglietti per seguire l’evento. Se interessati scrivete a kappa591@hotmail.it

Un luogo lontano da tutto, un panorama stupendo, un concerto unico.

 

MC